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12 Febbraio 2012 - Anna Lisa Bellini, Pianoforte

Fra il 1795 ed il 1822, Ludwig van Beethoven (1770-1827) compose ben 32 sonate per pianoforte, fornendo al genere un contributo fondamentale.

Le più conosciute sono quasi tutte contrassegnate da soprannomi, solitamente aggiunti dall’editore di turno, pratica molto comune durante il periodo romantico che, se da un lato non rispecchiava le intenzioni del compositore, dall’altro risultava molto utile in ambito promozionale.

Ad esempio, la Sonata n. 21 in do maggiore, op. 53, che apre il programma di questa mattina, è passata alla storia sia come “Waldstein”, in quanto dedicata al conte Ferdinand Ernst Gabriel von Waldstein, mecenate ed amico del grande compositore tedesco, sia come “Aurora”, nome attribuitogli da alcuni critici francesi, per la luce e la serenità che scaturiscono dagli accordi posti all’inizio del terzo movimento.

Completata nel 1804, la Sonata op. 53 appartiene a quello che lo scrittore Wihelm von Lenz, nella sua biografia di Beethoven, definì periodo “eroico”, situato tra il 1803 ed il 1815, durante il quale vennero alla luce anche la Sonata op. 57 “Appassionata” e la Sonata, op. 81a “Les Adieux”.

In particolare la Waldstein rappresenta una tappa fondamentale nell’ambito della produzione beethoveniana, essendo caratterizzata da particolari soluzioni timbriche e accostamenti molto arditi, probabilmente suggeriti anche dalle possibilità fornite dagli strumenti di nuova concezione, che le diverse case costruttrici iniziavano a diffondere, come il fortepiano Érard che Beethoven aveva acquistato nel 1803.

L’apporto di Frédéric Chopin (1810-1849) all’evoluzione del repertorio pianistico fu altrettanto significativo, considerando che l’autore polacco dedicò allo strumento la maggior parte della sua produzione.

Fra le sue pagine più note troviamo i Notturni, ispirati agli omonimi brani dell’irlandese John Field (1782-1837), creatore di questo particolare genere.

Un’affinità riscontrabile soprattutto nei pezzi che costituiscono l’op. 9, composti fra il 1830 ed il 1832 e dedicati a Madame Maria Pleyel, una delle migliori pianiste del tempo.

Da tale raccolta ascolteremo il Notturno n. 1 in si bemolle minore e il Notturno n. 2 in mi bemolle maggiore, quest’ultimo fra i brani più noti in assoluto.

Il successivo Studio n. 12 in do minore chiude invece l’op. 10, scritta fra il 1829 ed il 1832.

Anche qui Chopin fornì il suo notevole contributo, dando vita a lavori di estrema difficoltà che, se da una parte erano destinati, in qualità di studi, al perfezionamento della tecnica dell’esecutore, dall’altra risultavano di grande presa sul pubblico.

Lo Studio n. 12 è anche noto con l’appellativo di “Rivoluzionario”, poiché venne concepito come omaggio ai protagonisti della sfortunata rivolta contro gli oppressori russi, partita da Varsavia nel novembre del 1830 e terminata nell’ottobre dell’anno successivo, con l’invasione della capitale polacca da parte delle truppe dello zar Nicola I.

Ultimo brano in programma, la Grande Polacca Brillante preceduta da un Andante Spianato op. 22 in mi bemolle maggiore, pubblicata nel 1836 che, già dal titolo, appare come una composizione abbastanza curiosa.

In realtà si tratta di due pezzi, collegati fra loro da sedici battute (non sempre eseguite dai solisti), concepiti in tempi diversi, poiché l’Andante Spianato risale al 1835, mentre la Polacca, originaria per pianoforte ed orchestra, è del 1830.

A tal proposito si può notare come le due parti corrispondano ad altrettanti momenti dell’evoluzione chopiniana, con la prima (l’Andante Spianato) che si caratterizza per una maggiore convinzione nei propri mezzi, mentre la seconda è ancora fortemente legata allo stile di Hummel, all’epoca uno dei compositori di riferimento in ambito pianistico.

Marco del Vaglio

 

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